Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide background
Slide background

Commenti

  • Paola Biasin ha scritto Altro
    Essere genitori e non amarsi: difficile!... Domenica, 14 Giugno 2015
  • Emanuela ha scritto Altro
    Siamo messi male
    Oh come mi... Venerdì, 05 Dicembre 2014
  • Renata ha scritto Altro
    Perchè stupirci?
    E' un problema quello... Domenica, 24 Novembre 2013
  • Marcella ha scritto Altro
    Speranza
    Neppure la giornata sui diritti... Sabato, 23 Novembre 2013
  • Paola Scalari ha scritto Altro
    Dare voce
    Chi è Educatore ha espresso... Sabato, 23 Novembre 2013
  • Domenico ha scritto Altro
    Ragazze Invisibili
    Una brutta,... Mercoledì, 20 Novembre 2013
  • Michela ha scritto Altro
    Io penso...
    Nel film "Il ladro di... Lunedì, 18 Novembre 2013

bleger-cover

 

Introduzione alla seconda edizione italiana

 

IL MIO DEBITO VERSO JOSÉ BLEGER

 

Bleger si situa in una linea che la psicoanalisi percorre in entrambe le direzioni: verso il mondo esterno, attraverso scoperte e ipotesi relative alle fasi più primitive dell'individuo e verso il mondo interno, mediante la descrizione di situazioni familiari o istituzionali che si ricollegano a quei periodi.

 

Armando J. Bauleo

 

Dalla fine degli anni Settanta José Bleger mi accompagna in un percorso professionale che coniuga l'essere psicoterapeuta con l'essere psicosocioanalista, cioè l'occuparmi dei pazienti con il prendermi cura dei gruppi umani mentre operano nella loro vita quotidiana.
All'analisi del ruolo dello psicologo clinico, come ho imparato a definirlo grazie a Bleger, ho dedicato gran parte del mio impegno professionale.


Propone Bleger

 

 

"[...] sia gli psichiatri che gli psicologi devono orientare diversamente il loro impegno professionale. Ecco cosa bisognerebbe fare: cercare di superare l'organizzazione di una assistenza individuale e privata destinata essenzialmente alla cura, facendo in modo che l'impegno o il peso maggiore della propria attività professionale sia concentrato sulla popolazione - la comunità - e non sui singoli individui. Promuovere il benessere e non soltanto curare".

 

Negli insegnamenti di questo Maestro ho quindi trovato, e continuo a trovare, la strada per promuovere la salute mentale "negli individui, nei gruppi" e "nelle istituzioni, nella comunità, nella società".

Della tribolazione umana ci si può occupare quotidianamente come psicoterapeuti seduti nella stanza analitica ispirandosi al suo pensiero e partendo dal suo interrogativo: "La guarigione mira alla scomparsa della sofferenza e della patologia o piuttosto a una modifica profonda della personalità?", ma ascoltando i suoi suggerimenti si può fare qualcosa di più.

L'esperienza di ascolto delle sofferenze dimoranti nella mente dei pazienti può condurre infatti a cimentarsi con la prevenzione della patologia al fine di curarla ancor prima che insorga.
Si tratta, a mio avviso, di contrastarla mentre si va formando. Dice Bleger che una tappa fondamentale di un programma d'igiene mentale riguarda la diagnosi precoce sia per gli adulti che per i bambini. E ci suggerisce che per raggiungere quest'obiettivo è necessario lavorare "fuori delle mura".

Per questo ho optato per occuparmi del disagio dei piccoli intervenendo non solo su di loro, ma anche nei contesti familiari, educativi e sociali che plasmano la capacità o l'impossibilità di stare al mondo e l'attitudine a vivere in modo soddisfacente o disturbato i rapporti affettivi.

Seguendo Bleger ritengo che "in ogni programma d'igiene mentale e di psicoigiene la famiglia occupi un posto chiave, sia come istituzione sociale che come gruppo"... proprio perché "un gruppo familiare sano è quello in cui si svolge [...] un processo di discriminazione, differenziazione e personificazione".

Come operare in questa direzione?

In tutte le esperienze della nostra vita le vicissitudini dipendono dagli incontri.
Nella prima metà degli anni Settanta è l'incontro umano e culturale con Francesco Berto, che all'epoca operava nel campo dell'insegnamento, che mi induce a riflettere su come aiutare le nuove generazioni ad "imparare con piacere" e "crescere con impegno", in modo da impedire ai giovani di scendere la china che porta verso la confusione mentale.

Ignorare è preludio all'ammalarsi.

Non saper imparare, di conseguenza, implica una stereotipia che produce sofferenza mentale.
Trasmettere conoscenza diventa perciò cruciale per combattere "l'alienazione sociale" come dice Bleger, dovuta ad un insegnamento "disumano e disumanizzante".
Fu attorno alle domande sui bisogni emotivi del puer che il mio incontro con Bleger divenne quindi un sodalizio indissolubile coniugandosi, in seguito, con il pensiero di Luigi Pagliarani che, attorno al 1993, confermò il metodo di lavoro che avevo messo a punto - assieme a Berto - per favorire l'evoluzione dei bambini.

Gli scritti di Bleger, pur stilati negli anni Sessanta, aiutano tuttora a dare senso alle definizioni di prevenzione, incremento del benessere, sviluppo dell'agio, cioè alle parole educazione ed apprendimento che purtroppo vengono usate ancor oggi con grande faciloneria.
I testi di questo Autore, inoltre, permettono di capire cosa si possa intendere per prendersi cura e curare la vita psichica.
Un insieme di articoli prodotti negli anni Settanta, infatti, ci accompagna nella valorizzazione di quel concetto d'identità che emerge dal vissuto simbiotico. Divenire un individuo significa uscire dalla fusione familiare e individuarsi come soggetto responsabile dei propri pensieri.

Unendo i diversi scritti raccolti ora nel testo Psicoigiene e Psicologia istituzionale possiamo quindi dedurre che il promuovere lo sviluppo di una progetto di aiuto alla crescita soggettiva, sinonimo di salute psichica, significhi aiutare ogni soggetto a divenire se stesso.
Nell'insieme i testi redatti tra il 1961 e il 1979 sostengono la possibilità di trasmettere a educatori, pedagogisti, consulente familiari, psicologi sociali, assistenti sociali, operatori sociosanitari, psichiatri e pediatri, come far fronte, contenere, trasformare la sofferenza mentale intesa come mancata possibilità relazionale.
Non si tratta di trasmettere delle nozioni, ma di operare per il cambiamento dell'assetto mentale, cioè dello schema di riferimento concettuale.
È necessario far apprendere senza esigere che si aderisca supinamente a dei dettami, operando in una direzione che permetta ad ognuno di arrivare a costruire la sua conoscenza. Dice Bleger: "Bisogna far in modo che ciascun membro operi in base alla propria ideologia, il che rappresenta per quest'ultima il miglior esame e la miglior revisione; non si tratta di difenderla in un'esposizione teorica, ma di utilizzarla".
Sorretti anche dai suoi teorici di riferimento, come Melania Klein, Wilfred Bion, Enrique Pichon Riviere, si possono allora mettere a punto molteplici occasioni d'intervento per promuovere la salute mentale.
I principi fondamentali a cui Blerger chiede di rimanere fedeli sono: apprendere dall'esperienza, imparare a pensare, stare in ricerca.
Per me l'avvio di questo modo di procedere avvenne attraverso gli insegnamenti di Armando Bauleo, suo amico e collega. Subito dopo furono i lunghi anni di supervisione con Maria Elena Petrilli, sua allieva in Argentina, che mi fecero imparare ad apprezzare la clinica applicata alle istituzioni e la teoria del gruppo operativo con le sue molteplici applicazioni. Alla fine fu attraverso la prima pubblicazione dei suoi scritti che passai dal racconto orale, dall'uso delle dispense clandestine, all'approfondimento della sua teoria su come articolare un intervento preventivo.
Potei così entrare in sintonia con un pensiero tanto semplice, quanto profondo, che tuttora mi accompagna, stimola e conforta nel mio lavoro di formatrice e di psicoterapeuta. Comprendere l'elaborazione concettuale di Bleger divenne infatti appassionarsi ad una prevenzione che non appariva più una vana utopia.
Scoprire un sistema concettuale che conteneva quanto, da tempo, cercavo di vedere organizzato teoricamente mi fece innamorare del suo pensiero.
Come non legarsi con chi dà parola a ciò che intuitivamente capisci, sai, conosci ma non sei sicuro abbia un valore?
E, come capita in ogni rapporto affettivo, dall'innamoramento passai poi all'amore maturo fondato su quelle compenetrazioni e condivisioni che portano a generare un progetto comune.
Il "nostro progetto" fu incarnare la prevenzione dando vita ad un programma di aiuto alla crescita diffuso in tutto il territorio veneziano.
Bleger dunque è uno stimolante partner professionale che permette di generare nella comunità complessi programmi per contrastare il disagio relazionale, contenere la devianza sociale ed elaborare la sofferenza mentale.
Questo Autore è allora un compagno sempre pronto a sorreggere, orientare e confortare intellettualmente mentre si percorre la strada che va a fondare, promuovere e gestire dei programmi per la prevenzione del disagio psichico.
Egli incita, esorta e sollecita affinché le conoscenze professionali legate alla terapia analitica transitino nel lavoro con la persona "qualunque" andando a definire una clinica di comunità "operata mediante il contatto con la gente nel corso delle sue occupazioni e dei suoi impegni ordinari e quotidiani".

È con grande gioia che perciò accolgo e promuovo la nuova pubblicazione del testo di Bleger Psicoigiene e Psicologia istituzionale. Spero che nuove generazioni di psicologi sociali, psicoterapeuti, animatori di comunità, educatori professionali, docenti possano attingere idee, stimoli e saldi punti di riferimento teorici e pratici per evitare "fra gli altri mali del sistema... anche questo: noi speriamo che la gente si ammali per curarla, anziché evitare la malattia e promuovere un livello migliore di salute".

Il suo pensiero, pur a distanza di tanti anni dalla sua formulazione, rimane integralmente valido.

I profeti, infatti, non tramontano mai.

Anzi. È proprio nell'oscurità dei tempi confusi, che - come operatori scolastici, sociali e sanitari -, stiamo dolorosamente attraversando, che dobbiamo ancor più farci guidare da chi ha "visto" prima di noi. Solo così la strada rimane percorribile impedendoci di lasciare il campo ad azioni banali e superficiali.
Bleger è dunque un rigeneratore di speranza affinché lo stato sociale, la salute mentale, l'apprendimento come cambiamento individuale e collettivo non decadano completamente vinti dalle tecniche "usa e getta" che incrementano il miraggio del modificare tutto con facilità ed in fretta.
Il pensiero per evolvere ha bisogno di tempo, applicazione ed approfondimento. Di questo principio Bleger è Maestro. Pertanto nell'attualità di un'epoca contraddistinta dal dissolvimento dei legami umani, divenuti liquidi, come sostiene attualmente il sociologo Zygmunt Bauman, il testo scritto da Bleger diventa un solido appoggio concettuale per promuovere la solidarietà nella comunità, la tenuta dei vincoli familiari e sociali, il valore della cura e del prendersi cura dell'altro.
Egli infatti richiama ripetutamente "al ruolo dello psicologo nel campo della salute pubblica" affinché non si aspetti che "la gente si ammali per curarla".
Fu questo monito che mi illuminò quando ebbi l'occasione di fondare nel comune di Venezia un servizio per la prevenzione dei danni inflitti da legami familiari insoddisfacenti, fragili, inconsistenti, negligenti. Mi pareva utile partire dalla rottura del legame intergenerazionale che faceva confluire nella mente del bambino
e del ragazzo gli stati emotivi agglutinati, vischiosi, indifferenziati, immaturi, glischrocarichi, come direbbe il Bleger di Simbiosi ed Ambiguità.
La mia esperienza di responsabile di un servizio di aiuto alla famiglia diffuso nel territorio, mi ha permesso di tradurre in azioni i suggerimenti di Bleger verificandone la rilevante attualità.
Vorrei ora ripercorrere alcune delle idee messe in campo dal progetto di prevenzione del disagio relazionale per sorreggere chiunque abbia voglia di cimentarsi con la traduzione operativa del pensiero blegeriano.
Desidero mostrare che è stato possibile, per dimostrare che è sempre possibile.
La sua non fu un'utopia, ma un'indicazione magistrale che tuttora rappresenta un monito per impegnarsi a contrastare il disagio psichico.
Ed oggi, forse ancor più di ieri, abbiamo bisogno d'incontrare professionisti disposti a crederci.
Il cambiamento sociale evidenzia infatti importanti sofferenze mentali, rilevate sia dall'uso sempre più frequente di psicofarmaci, usati come panacea di ogni fragilità umana, sia dal malessere relazionale, connotato da un agire frenetico, convulso e insensato.
Molti sono dunque gli indicatori del disagio mentale che, se non gestiti, possono divenire conclamata patologia.
Un sintomo prevalente riguarda la paura dell'estraneo, del diverso, dell'altro, con il conseguente ritiro narcisistico.
I legami narcisisti che pervadono le relazioni comunitarie, familiari, parentali e politiche stanno snervando il tessuto sociale. Le conseguenze di questo impoverimento sono la solitudine caotica e l'individualismo esasperato.
La comunità perde il valore della solidarietà e la sicurezza diventa azione militare anziché trama sociale.
La collettività ha dunque urgentemente bisogno di operatori capaci di leggere i segnali provenienti dalla polis al fine di ridare senso ad un pensiero politico.
La psicopatologia sociale evidenzia la sofferenza dei cittadini confusi e la decadenza del mondo istituzionale burocratizzato.
È urgente contrastare il disagio. Per farlo però bisogna andare, come dice Bleger, là dove la gente vive, cioè bisogna "incidere sulla vita quotidiana".
È urgente avviare progetti preventivi sostenuti dalle amministrazioni pubbliche.
È facilitante la realizzazione dell'obiettivo rimanere dei consulenti liberi da ricatti burocratici.
È necessario cimentarsi con l'apertura di "spazi di incontro" tra le case popolari, nelle più remote realtà della periferia urbana, nei quartieri della marginalità e nei centri storici disurbanizzati.
È utile promuovere gruppi d'incontro che permettano alle madri, ai padri, ai docenti, alle coppie parentali e coniugali, ai team professionali e alle associazioni spontanee di accostarsi alle proposte a partire dalla possibilità di comprenderle, adoperarle e apprezzarle.
È proficuo che le occasioni d'incontro siano molteplici affinché il bisogno di prevenzione di ciascuno possa trovare una valida risposta al livello di consapevolezza che è maturato in lui. Ancora una volta Bleger sostiene nel non pretendere che gli utenti formulino la domanda che il servizio ha già organizzato, bensì sollecita a mettere a disposizione della gente una serie di spazi umani per offrire l'incontro "con uno specialista in tensioni della comunicazione e in relazioni interpersonali".
Ogni persona può così utilizzare l'incontro che è più vicino al suo bisogno emotivo, alla sua capacità di rapporto, al suo desiderio di trasformazione.
Ognuna di queste occasioni di dialogo va, inoltre, proposta con linguaggi pubblicitari differenti al fine di raggiungere tutti. Bisogna, seguendo il dettame di Bleger "sensibilizzare le persone tanto da indurle a ricorrere ai servizi della psicoigine e in condizioni non necessariamente patologiche" ed anche "il lavoro sulla comunità deve venir realizzato impiegando tutti i mezzi di comunicazione (radio, televisione, manifesti murali, giornali, opuscoli, ecc.)".
Il suo insegnamento induce però ad andare oltre.
È necessario che mentre si incontrano le persone per aiutarle a crescere si possa ripensare a quanto osservato.

Dice Bleger:

 

Lo psicologo clinico deve, nel campo dell'igiene mentale, applicare il principio secondo il quale indagine e azione sono inseparabili e si arricchiscono reciprocamente nel processo della prassi. Questo non costituisce la manifestazione di un desiderio, ma una condizione fondamentale per operare correttamente. L'azione deve esser preceduta da una ricerca, ma la stessa ricerca è già una forma di intervento sull'oggetto sul quale si indaga.

 

Questo modo di procedere che salda teoria e prassi per elaborare conoscenza, è un orientamento che rimane sempre cruciale. Troppe volte nei servizi, nella scuola, nel privato sociale si agisce a casaccio senza comprendere, indagare, sondare, analizzare, rappresentarsi quello che si incontra. Un patrimonio di conoscenze viene così disperso senza insegnare nulla di nuovo sui fenomeni di degrado relazionale incontrati. E le persone che li dovrebbero contrastare non apprendono nulla sul loro mondo interno che risponde controtransferalmente alla sofferenza umana dell'altro. Le attività delle équipe di lavoro divengono un vuoto ripetere copioni prefissati invece "bisogna aiutare il gruppo ad uscire dalla stereotipia del noto".
Farlo significa suscitare sempre inquietanti ansie, alle volte inespugnabili resistenze e, ogni tanto, supponenti disapprovazioni.

Eppure


un gruppo in cui si è arrestato il processo per lasciar posto al consolidamento delle sue caratteristiche di organizzazione si trasforma da gruppo terapeutico in gruppo antiterapeutico. In altri termini il gruppo si è burocratizzato, intendendo per burocrazia quell'organizzazione in cui i mezzi si trasformano in fini e si dimentica di essere ricorsi ai mezzi per conseguire determinati obiettivi.


Lo psicologo sociale tenta allora di rompere le convinzioni sclerotizzate, anche se questo modo di operare produce dolore, rabbia, risentimento, angoscia persecutoria. Il professionista infatti non insegue l'approvazione, bensì la salute mentale. Il consulente non teme nemmeno di perdere l'incarico, bensì si preoccupa di non smarrire il senso del lavoro che porta avanti.
Questi principi rimangono tuttora validi quando, attualmente, si è chiamati a sostenere dei percorsi progettuali o di formazione e supervisione, rivolti ad operatori che organizzano programmi di cura, protezione e tutela dei cittadini più fragili.

Non si può sapere a priori cosa serve agli utenti poiché esse si modificano con il modificarsi dei contesti umani nei quali sviluppano la loro identità. Si possono però conoscere i loro bisogni incontrandoli e imparando da ciò che si osserva, sente e vive transferalmente e controtrasferalmente.
Non basta mettere a fuoco un bisogno e realizzare un programma di intervento. È cruciale che quel progetto preveda gli spazi dove elaborare i dati oggettivi e i dati processuali che si vanno evidenziando grazie all'intervento stesso.
Il punto nevralgico è sostenere il processo, non fare la cosa giusta! Solo così non si "calano" programmi sull'utenza, ma si cocostruisce con l'altro un progetto che possa essere utile alla sua evoluzione.
Tutti coloro che operano nel campo psico-socio-educativo hanno sentito affermare di fronte alla scarsità di adesioni ad un progetto di promozione della salute: "Abbiamo sbagliato target, orario, proposta..." oppure "la gente non viene, non si muove, non capisce..." o ancora "quella famiglia è refrattaria, non c'è niente da fare...". Bleger ci dimostra che la questione non sta in questi termini.
Il vero problema è se è possibile imparare da quanto accade mentre si realizza un programma d'intervento.
L'obiettivo è dare un nome, un senso, un valore alla sofferenza umana. Patimenti che l'utente evidenzia proprio quando non aderisce immediatamente ad una proposta di incontro.
Sempre si può imparare sullo stato emotivo delle persone. E quelli che patiscono di più sono proprio coloro che sono stati delusi, amareggiati, offesi dalle relazioni interpersonali. I soggetti maggiormente a rischio rifuggono allora lo scambio umano, quindi anche gli operatori. Bisogna saperli aspettare, mettersi al loro fianco senza tirarli nella direzione voluta. È necessario conoscerli prima di volerli cambiare.
Così come Bleger insegna quindi "non è possibile svolgere correttamente nessun compito professionale in psicologia se questo non costituisce al tempo stesso un'indagine su quanto sta accadendo e si sta facendo".


Spesso l'operatore che procede in questa direzione vede nell'istituzione l'ostacolo che impedisce di procedere come si vorrebbe. Il successo per l'istituzione committente sembra essere dato dalla quantità numerica di presenza ad un incontro pubblico, dalla soluzione di un numero congruo di "casi", dalla popolarità di un intervento e non invece da quanto appreso sulla persona, sul suo sistema familiare, sulla sua vita, sul contesto culturale. Amministratori miopi ricattano gli operatori, taglieggiano i responsabili, svuotano di senso il lavoro di cura.
Al consulente, chiamato per dare vita al progetto, non resta che prendersi cura delle macchie cieche istituzionali aiutando i soggetti che ne sono i rappresentanti ad andare oltre l'apparenza.
La resistenza alla trasformazione è continua ed è la causa delle critiche politiche, delle rimostranze del privato sociale, delle competizioni con l'azienda sanitaria, del disinteresse del mondo scolastico, delle paure dei dirigenti alienati dai depositi negativi presenti nella loro struttura, delle rimostranze degli utenti stessi che faticano a comprendere il motivo per cui dovrebbero accettare la fatica del cambiamento.
In questi momenti bui, durante i quali i vertici politici e amministrativi mostrano come l'ignorare sia proporzionale all'esibire di sapere tutto, diventa un fattivo sostegno l'idea blegeriana che non vi può essere cambiamento senza crisi, che produrre pensieri innovativi destabilizza, che operare per la salute psichica non equivale ad essere popolari.
Ogni responsabile di un progetto di psicoigiene deve allora occuparsi non solo della tenuta delle azioni a favore degli utenti, ma anche della parte malata che si sedimenta dentro all'istituzione. Curarla non è mai semplice. Ma finché si opera dentro ad un progetto che contrasta il disagio psichico è necessario lavorare con e sulla committenza affinché il programma di lavoro sopravviva, s'ingrandisca, si diffonda, venga preso sul serio.
Gli impervi ostacoli intellettivi ed emotivi alla realizzazione di un progetto per la prevenzione della sofferenza mentale vengono però sempre compensati da tante soddisfazioni date dalle persone che utilizzano delle opportunità messe a loro disposizione privilegiando il prendersi cura di se stesse piuttosto che il lasciarsi andare verso la malattia psichica.
Bleger, con il suo valorizzare il metodo clinico, accompagna in questa impresa. Grazie a lui si hanno gli strumenti per combattere la più o meno celata malattia istituzionale e la più o meno grave patologia soggettiva. Riferendosi alla sua teoria si hanno infatti gli strumenti per capire, contenere e... almeno un po' curare le ambiguità che mimetizzano i conflitti.
Per farvi fronte è necessario non abbandonare mai le sue affermazioni che confortano il proprio mondo interno.

 

Lo psicologo deve sempre tener conto delle resistenze (esplicite ed occulte) presenti anche in coloro che lo accettano apertamente. L'indagine sulla resistenza è una parte fondamentale del compito professionale e nell'effettuarla lo psicologo diviene necessariamente, per questo stesso fatto, un agente di cambiamento, che può incrementare o favorire le resistenze.


Per far fronte a queste resistenze è auspicabile saper preservare il setting con le sue coordinate spazio temporali. Farlo in una società che vuole rompere con il senso del limite, che osanna i potenti che possono fare e disfare qualsiasi norma, che ritiene la dipendenza una forma di debolezza, può essere davvero complesso poiché questa "tenuta" può essere scambiata facilmente per rigidità.
Definire l'inquadramento è però l'unico modo per osservare - in diretta - le problematiche e le trasformazioni dell'utente.
Solo un preciso setting consente di cogliere, segnalare, commentare ed interpretare molti segnali di come si va formando, sedimentando e cronicizzando la sofferenza psichica.
Bleger ci invita, successivamente, a documentare le tappe più significative di queste acquisizioni in modo da tener fede al principio della ricerca.
Scrivere serve non solo per costruire una conoscenza, ma serve soprattutto per restituire alla comunità ciò che su di essa si va apprendendo.
Ancora oggi articoli, libri, video, convegni, seminari sono sempre pietre miliari di questo processo che raccoglie i dati, li rielabora e li rimette in campo. "L'unica maniera di operare - sostiene Bleger - è quella d'informare."
L'informare diviene interpretare lo stato delle cose nell'hic et nunc del mondo sociale che si incontra, dei fenomeni che si osservano, delle trasformazioni che si intravedono, del declino del valore del legame umano che si patisce.
La comunità territoriale rappresenta quindi un grande gruppo al cui interno si possono predisporre dei dispositivi dove incontrare le persone al fine di capire come stanno ed intervenire sui fattori di rischio che ne minacciano la maturazione.
La società, nella prospettiva blegeriana, viene quindi vista come un gruppo a cui si danno interpretazioni pensate anche grazie ai mezzi d'informazione di massa.


A questo punto citare la teoria del gruppo operativo diviene imprescindibile.
La teoria del gruppo operativo permette di leggere le dinamiche emotive che attraversano non solo la polis, ma anche tutti i dispositivi aperti in un territorio per attuare il programma di prevenzione del disagio.
Dispositivi che, nell'ambito della prevenzione, vedono privilegiate le attività collettive.
Il gruppo coordinato diviene allora luogo di cura e di ricerca. Ogni occasione gruppale sia essa rivolta all'utenza sia essa predisposta per la rielaborazione, da parte degli operatori, dei movimenti emotivi osservati mentre giocano con i bambini o dialogano con gli adulti, si avvale quindi della teoria e della tecnica del gruppo operativo.
L'organizzazione di un servizio trae vantaggio dall'utilizzare il medesimo strumento che viene usato per incontrare l'utenza. Ogni gruppo operativo, sia di cura che di rielaborazione, va delimitato in un preciso inquadramento che comprende la finalità dichiarata e prevede un coordinatore con il compito di segnare le dinamiche relazionali e dare nome ai sentimenti che impediscono, ostacolano, rallentano e deviano il processo di conoscenza.
Vanno attivati dunque gruppi per agire e gruppi per capire.

Così Bleger suggerisce di operare; così ho operato.
Il gruppo operativo nell'insegnamento rappresenta un testo fondamentale che permette di articolare gli interventi sia con gli utenti sia nell'équipe di lavoro coniugando l'attività formativa con quella terapeutica, collegando perciò apprendimento e cura.
Il gruppo operativo rompe la stereotipia e con essa la malattia che è dovuta alla fissità. Sia quella degli utenti che quella degli operatori.
Come coordinatori di un gruppo sappiamo, attraverso Bleger, che la parte psicotica si espande quando si rompono le consuetudini, i setting mentali, le coordinate certe, le abitudini, le convinzioni comuni.
Abbiamo consapevolezza che si producono dei conflitti, si mettono in moto delle difese paranoiche, si sollecitano delle identificazioni evacuative.
Siamo coscienti di diventare oggetto di transfert negativi perché
proponiamo alle persone d'imparare ciò che non sanno già.


Dice Bleger: "Nell'impostazione tradizionale vi è un individuo o un gruppo che insegna e un altro che impara. Tale dissociazione deve essere eliminata, bensì questo crei una certa ansia, provocata dal cambiamento e dall'abbandono di un comportamento stereotipato".
Chi può apprendere dall'esperienza allora guarisce o apprende, che sono sinonimi.
Coloro che passano per l'esperienza del gruppo operativo imparano quindi un metodo. Metodo che ho visto diffondersi attraverso i diversi operatori che lavorano nelle comunità residenziali per minori, nei servizi educativi domiciliari, nei centri diurni, nei laboratori relazionali, nella consulenza per i genitori, nei progetti di tutela minorile, nei corridoi terapeutici rivolti alle madri tossiche, nella consultazione per i genitori separati, nella diagnosi psichica, nella cura analitica, ecc.
Il sapere blegeriano per contrastare il disagio psichico sta dunque ispirando molti servizi e molti professinisti.
Forse, noi tutti, un giorno potremmo ritrovarci attorno al pensiero del Maestro per osservare come abbiamo attualizzato i suoi principi.
Adesso ci mettiamo virtualmente in cerchio per ridare vita al dettame di Bleger grazie alla nuova edizione del suo libro che permette di far circolare, ancora una volta, la sua preziosa teoria. Anch'io continuo a lavorare nel mondo sociale e nel campo sanitario. Insisto nel perfezionare, sia nelle istituzioni che nella stanza d'analisi, la tecnica dell'incontro umano per comprendere cosa mi viene chiesto e cosa posso offrire a chi mi chiede aiuto. In diversi contesti formativi e di supervisone tengo a bada il desiderio dei giovani colleghi d'interpretare. Mai smetto infatti di tenere a mente il monito di Bleger che "tanto più forte è la compulsione a interpretare, tanto più è necessario tacere [...] ogni interpretazione fuori del contesto e del timing diventa un'aggressione".
Sostengo dunque l'arte del fare silenzio.

Arte sicuramente complessa in un'epoca storica dove parlare rappresenta una scarica emotiva. Si chiacchiera tanto, ovunque, su qualsiasi argomento, in qualsivoglia luogo. Preferibilmente davanti ad una telecamera! Si blatera senza soppesare le proprie affermazione che, in quanto proprie, si vuole siano considerate valide. Si mettono in piazza i propri affetti privati, si narra di sé nella web, si inventano identità in chat.
Contrastare la dilagante invasione narcisistica del bla bla bla, divenuta perfino immagine pubblicitaria, diviene dunque una necessità.
Pertanto è urgente trasmettere l'arte di tacere, di ascoltare, di aspettare prima di dire, così come Bleger, assieme a tutti i suoi colleghi, amici e discepoli, ci hanno insegnato.
Ora torno in silenzio anch'io lasciando ciascun lettore libero di avventurarsi nel pensiero di questo psicoanalista capace di spingerci fuori dai nostri angusti studi professionali per sollecitarci ad andare nel mondo a conoscere ed aiutare la gente.
Imperativo attuale in una società che perde di potere economico e quindi emargina fette sempre più ampie di popolazione che vedono diminuire il loro fascino di potenziali consumatori. Monito sempre più appropriato in una cultura che non ha il tempo di fermarsi per stare meglio, mentre curarsi richiede tempi di elaborazione che oggi appaiono impossibili da preservare. La prevenzione però non è di moda.
Eliminare i programmi di salute mentale è, forse, proprio quello che vogliono i potenti del mondo che preferiscono coltivare cittadini fragili perché sofferenti che esseri umani pensanti e perciò non addomesticabili.
Bleger ci sprona a riportare al centro del nostro operare la possibilità di pensare e con essa la possibilità di combattere "i modelli culturali che fanno parte della sovrastruttura dell'organizzazione socioeconomica imperante".
"Del resto senza fantasia e senza immaginazione non può esservi creatività", dice Bleger, e con lui affermano, ancora oggi, tutti coloro che non vogliono lasciare il campo libero alla dilagante perdita di senso del vivere, dell'imparare, del lavorare e dell'amare.

 

Venezia, 2 gennaio 2011

Paola Scalari

 

pdf2Scarica documento in pdf

 

 

Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.