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di Paola Scalari

Esistono i bambini tiranni?

Inviato da Paola Scalari
Paola Scalari
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il Giovedì, 16 Febbraio 2012 in Temi Blog

È con questo interrogativo che vorrei aprire un dialogo con i frequentatori del blog.

A marzo sarò ad Alessandria e a Bassano del Grappa per discutere attorno a questo problema e mi piacerebbe prima e dopo la conferenza avere un confronto il più ampio possibile per capire come viene vista e affrontata la situazione dei bambini irriducibili.

Da sempre ascolto insegnati che mi descrivono degli alunni "impossibili".

Bambini e ragazzini che rispondono in malo modo ai docenti e che non accettano alcuna regola del vivere comune. Rompono e vengono allontanati, rompono e vengono ripresi, rompono e vengono puniti... ma nulla ha effetto sul loro modo di fare!

I compagni o li seguono, o li incitano o li imitano creando un gran subbuglio in aula.

Il rimedio è chiamare i genitori, ma spesso i maestri o i professori si trovano di fronte a madri e padri a loro volta vinti da questi bambini cattivi.

Mamma e papà infatti raccontano di figli che li svegliano tutte le notti più e più volte incapaci di sprofondare in un sonno ristoratore, di bimbetti che rendono l'andare a tavola un campo di battaglia, di ragazzini che rendono impraticabile una passeggiata fuori città se non lo vogliono loro, di piccoli tiranni che ricattano tutta la famiglia al fine di far fare a ciascun componente quel che vogliono loro. A casa si sprecano lotte per i compiti, litigi per l'igiene, drammi per ogni più piccola critica...

Spesso incontriamo questi figli infelici mentre attuano atteggiamenti inaccettabili verso i fratellini rendendo l'aria di casa irrespirabile.

Le madri li sorvegliano affinché morsi, pugni, sberle, dispetti e ancora dispetti non colpiscano il più debole e indifeso dei figli. Ma loro sfuggono al controllo dei genitori o addirittura fanno male al fratello pur in presenza dell'adulto.

Ognuno di fronte a questo bambino tiranno trova le sue cause.

Chi dice che è nato così... chi incolpa qualche nonna baby-sitter troppo accondiscendente, chi padri latitanti nella funzione regolatrice, chi madri troppo apprensive, chi insegnati incompetenti, chi le scuole sovraffollate, chi gruppi di compagni provocanti, chi cerca di capire se ha sbagliato qualcosa.

"Né con le buone né con le cattive si cambia nulla" affermano adulti educatori stanchi e sfibrati.

Osservare i comportamenti del piccolo, capire quando e come entra in funzione il suo voler dominare diventa allora il primo passo per capire alunni, figli, bambini e ragazzi. Osservarli è un modo per cominciare a decontaminare la loro tirannia e capire quanto ha a che fare con il loro senso di abbandono più profondo?

Proviamoci insieme con esempi e commenti per rinnovare un dialogo educativo.


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Commenti

Ospite
Domenico Canciani Giovedì, 16 Febbraio 2012

I tiranni rischiano una brutta fine

Tutte le caratteristiche  descritte , unite in un solo bambino, io non le mai incontrate.

Ma situazioni meno tiranniche sì. Parlo da insegnante e i  bambini che in famiglia sono abituati ad essere trattati come i "Signori della Casa"  vengono subuito allo scoperto. La scuola è per definizione un luogo aperto, pubblico. In classe si  devono fare i conti con gli altri, trovare un proprio posto nello spazio fisico e sociale del gruppo; uno spazio affettivo e di apprendimento  con gli altri e con le insegnanti.

Questi  bambini mal sopportano le necessarie regole, i turni, i compiti, i silenzi, lo stare dentro gli spazi e i tempi loro consessi dalla struttura scolastica.

Si innescano meccanismi inizialmente di contrasto con l'adulto, che scatenano moti di approvazione nei compagni. 

Ma ben presto  questo consenso "popolare" finisce: i compagni  prendono le distanze dall'irrequeieto e/o esagerato tiranno , finiscono con il temerlo.

La parabola del piccolo tiranno sembrerebbe concludersi: se come sembra dirci Paola, sono piccoli fragili e infelici, in cerca d'amore, ebbene la strada scelta li porta alla solitudine e quindi alla necessità di innalzare ancora il tono delle provocazioni.

Certo non penso che sdiano cattivi ma è difficile sapere che fare educativamente. Non so. Io  proverei a prenderli in  disparte, a tentare un colloquio del tipo "guardiamoci negli occhi" senza badare troppo all"Effetto che fa" nei compagni. Se le cose vanno bene, con qualche suggerimento e un po' di fortuna, potrebbero avere una chance di rientrare in gruppo in maniera costruttiva e non distruttiva.

Che ne pensi

Ospite
miriam cella Domenica, 19 Febbraio 2012

Chi comanda? i grandi o i piccoli?

Paola ci chiede di interrogarci sui perchè dei bambini tiranni, di "pensare" a loro. A me viene spontaneo di pensare alla relazione di quiei bambini con i loro genitori, alla qualità dell'investimento che è stato fatto su di loro. Incontro sempre più spesso genitori spaventati dal loro ruolo, che vivono colpevolizzante il compito di educare, di essere autorevoli e fermi nel far rispettare le regole..Ed il numero di bambini spaventati dal dover fare i grandi, prima di esserlo, è sempre maggiore. Sono bambini confusi, allo sbando, con un forte senso di solitudine, angosciati, che non hanno potuto interiorizzare le regole condivise alle quali, poi, si ribellano, sfidando la forza degli educatori, verso i quali non può esistere il rispetto, poichè incarnazioni di genitori che non hanno saputo porsi quali modelli da imitare, prima, e con i quali, identificarsi, poi. Da quando l'attenzione è stata posta sulle vicende dell'infanzia (da trent'anni, poco più) si è scivolati verso l'idealizzazione del bambino, visto come una sorta di "Gesù bambino" venuto al mondo per redimere infanzie poco o nulla investite... A questo bambinio, il genitore chiede di riscattarlo dalla sua infanzia maltrattata o poco considerata, per questo gli è al massimo devoto, nello sforzo di risparmiargli la benchè minima frustrazione... Siamo in presenza di santi genitori, disposti a tutto, anche all'aureola, pur di crescere bambini felici, contenti, in tutto appagati. Genitori ignari di commettere il peggiore dei mali, perchè il bambino deve essere rispettato nel suo diritto di soffrire, di desiderare, di piangere, di arrabbiarsi, potendo disporre di genitori, forti che non si lasciano impaurire dalle esternazioni emotive, dalla prepotenza con cui i piccoli rivendicano l'appagamento immediato del desiderio... di genitori che hanno il coraggio di decidere qual'è il meglio per il bene del figlio.. Genitori che sanno dare il limite, che il "NO" lo sanno usare, senza che i ruoli vengano capovolti. Laddove questo non esiste avremo bambini "caricature di adulti", costretti alla prepotenza, perchè qualcuno deve pur comandare!!!!!!

Ospite
miriam cella Domenica, 19 Febbraio 2012

Genitori buoni e bambini cattivi

...Avremo, dunque, genitori buoni, narcisisticamente ben appagati, e bambini cattivi, depositari di quella cattiveria che i genitori non hanno saputo assumere, confondendola con valori di ben altra natura. Perchè essere direttivi e normativi non significa essere cattivi ma se tale viene sentito il ruolo di genitore, di educatore, allora è facile che il compito di fare il cattivo lo si lasci al povero bambino....Il rischiodi lasciare che siano i bambini ad identificarsi con il cattivo, per sentirci buoni, noi, adulti, è elevato!!! E sempre più diffuso!!! Rimbocchiamoci le maniche, ce n'è da discutere e da fare perchè le cose ritrovino il loro ordine naturale!!!

Paola Scalari
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Paola Scalari Domenica, 19 Febbraio 2012

QUANTO CONTANO LE RELAZIONI?

mi pare che lo sguardo attarverso anche il contributo dei colleghi si stia dirigendo verso quello che tarnsita dentro ai rapporti familiari, e non solo. Cella, ci invita a guardare quanto si investa oggi sui bambini e canciani su quali tempi per l'alunno nel far scuola.
Riprendiamo da qui?

Ospite
miriam cella Domenica, 19 Febbraio 2012

Ben venga lo sguardo dell'insegnante

Trovo che non sia affatto banale la proposta di Canciani, di "guardare negli occhi" quei bambini, alunni, cosìddetti "tiranni". Non credo che Canciani alluda ad un comportamento di sfida ma, al contrario, alla dimostrazione concreta di come stanno le cose, ad una sorta di "esame di realtà" in cui il forte non può essere il bambino ma l'adulto. Se non esiste asimetria tra il grande ed il piccolo, non può esistere la crescita e l'adulto, insegnante o genitore che sia, non può trascurare un valore tanto indispensabile per una corretta relazione. Quest'analisi, molto sintetica, riguarda quei bambini che non hanno potuto sperimentare, in ambito familiare, figure di riferimento mature ed autorevoli. Laddove, invece, si tratti di bambini, costretti a condotte violente, perchè esposti a persone adulte litigiose, aggressive, maltrattanti, di bambini "identificati con l'aggressore", anche in questo caso, trovo che la proposta di Conciani possa far sentire questi bambini, solitamente trascurati e "non visti", finalmente considerati. Del resto, è l'indifferenza, il sentimento che arreca maggior sofferenza ed un bambino è disposto a tutto, anche a rendersi odioso, pur di ottenere qualche risposta al suo malessere. Lo sguardon di un insegnante che dimostra di non lasciarsi intimorire dalla prepotenza può essere una buona risposta ed, insieme, una dimostrazione di autentico affetto.

Ospite
gabriella Zubelli Lunedì, 20 Febbraio 2012

Il reclamo di un posto

Aggiungo un piccolo pensiero alle note interessanti di Canciani e Cella.
Bambini e ragazzini tiranni: cocciuti, urlanti, testardi, sgarbati, ribelli dove il termine più consueto è “Io” o “Io voglio”. Comunque sempre sofferenti e tesi.
Giusto spostare il focus non sul comportamento del bambino in questione ma sulle relazioni di questo bambino con il mondo adulto che lo circonda. Per scoprire che il più delle volte é un mondo adulto distratto, molto auto centrato, di poco ascolto e di poche parole.
Quante volte possiamo assistere a situazioni, mi è capitato spesso in treno o in ristorante, in cui un bambino chiama: “papà papà, papà, papà...... o mamma (non ho trovato differenziazioni di genere..), mamma..” senza ricevere soddisfazione tanto che ti verrebbe voglia di sollecitare una risposta:
“Eh rispondi, no? Non senti che ti chiama?” e poi rimanere allibiti per le risposte veloci e liquidanti.
O peggio sentirli sgridare perché disturbano ...
Difficile è poi mantenere la calma, quando il capriccio e il puntare i piedi esplodono, o peggio quando il sopruso si riversa sui più piccoli o sui più deboli, quando devi arginare la maleducazione.
I bambini reclamano un loro posto, una loro presenza nei pensieri dei genitori, degli adulti di riferimento, reclamano il bisogno di essere visti e di essere desiderati non come oggetti di desiderio, ma come desiderio di relazione, nella quale siano considerate e salve le reciproche individualità, le caratteristiche precise e inconfondibili che ogni essere umano ha. Non importa quanto grande questo posto assume nella concretezza della vita familiare o scolastica, quale forma e quale spazio e quanto tempo. Ad un tanto e male, possiamo pensare ad un poco e bene. Possiamo pensare ad uno spazio che ospiti anche le difficoltà e gli insuccessi per questi bambini a cui la società e l'insoddisfazione dei genitori chiedono prestazioni sempre più elevate, di adeguamento ad un'immagine sociale consumistica.
I genitori, e gli adulti in generale, appaiono confusi, senza solidi confini che possano mettere limiti al dilagare del bambino, imprecisi nel si e nel no, perché poco chiare a loro stessi queste due piccole parole, estremamente indecisi su cosa è ormai da considerarsi lecito o illecito, giusto o sbagliato nel tessuto delle relazioni umane e sociali. Le loro spalle sono cariche del peso del dover apparire, della fretta, dell'ansia dei tempi concitati, di risultati da raggiungere, del poco tempo e spazio dedicati alla propria interiorità.
Molto spesso si confondono i bambini tiranni con i bambini arrabbiati. Mi sembra di cogliere una differenza sostanziale tra il bambino arrabbiato e il bambino tiranno. Il bambino arrabbiato è un bambino che non trova altro modo, se attraverso le sue espressioni di rabbia, per mostrare all'adulto un dolore o una paura ed essere aiutato.
Il bambino tiranno reclama un rapporto senza possesso, la necessità di sentire che ha la possibilità di crescere per ciò che sono le sue caratteristiche. Ha bisogno dell'accoglienza dell'adulto, genitore, insegnante o educatore che sia che esalti le sue parti buone, e nello stesso tempo esige un ridimensionamento, fermo e rispettoso, non invasivo per sconfiggere quelle parti per lui così scomode e dolorose.

Ospite
anna giardi Lunedì, 20 Febbraio 2012

Considerazioni - Anna Giardi

Questa tipologia di disagio ritengo sia difficilissima da gestire, quotidianamente, da parte dei genitori, degli educatori, da chiunque entri in contatto con bambini che, come modalita' di relazione, privilegiano quella della prepotenza e della prevaricazione dell'altro, indistintamente adulto o bambino che sia.
Bambini immersi in un egocentrismo spiazzante che affonda le sue radici in rapporti mai completamente risolti con le figure di riferimento.
Egocentrismo cieco e rabbioso, mai pago, egocentrismo che sempre si risolleva, che sempre si ricostituisce perche’ si autoalimenta attraverso la sfida quotidiana che forse riempie in qualche modo il loro senso di abbandono piu’ profondo come dice Paola.
I bambini tiranni che difendono il loro territorio con un'energia ed un vigile occhio a cui niente sfugge, non riescono a rinunciare ad un modo di porsi nei confronti dell'altro che li fa sentire vincenti anche se consapevolmente in difetto.
Bambini che risultano agli occhi degli altri indifferenti alla vergogna di sentirsi diversi dagli altri, che meno di altri accettano il senso di responsabilita' di cio' che compiono, calpestando puntualmente il senso di rispetto per l’altro.
Bambini che stanno sul filo che, pur sapendo che il rapportarsi agli altri pacificamente e' possibile, sono mossi da una spinta d'invidia e gelosia, un non so che di tormentante che li affligge, che in certi momenti devono gettare sull'altro, come per condividere qualcosa con l’altro, in ogni caso.
Semplicisticamente verrebbe da dire che vogliono essere al centro dell'attenzione e conoscono profondamente quel modo di richiederla.
Mi viene da aggiungere: c'e' una spinta piu' forte di loro a non apprendere dall'esperienza; il loro senso di abbandono profondo come dice Paola e’ anche la paura di non essere piu’ visti.
Decontaminare la loro tirannia come dice Paola penso sia possibile inizialmente attraverso l’osservazione, per capire in che occasione prevale questa loro spinta ad imporsi sull’altro.
Ma quanto questi piccoli tiranni sono stati ascoltati e compresi nelle loro richieste in base ai loro bisogni? Quanto i loro genitori sono stati in grado di prestare loro attenzione sufficiente o quanto non hanno voluto farlo? E quanto questi adulti, privi di strumenti efficaci per venire incontro ai figli, alimentano giorno per giorno questi atteggiamenti dei figli?

Questa diffusissima forma di disagio e’ la manifestazione del bambino del suo grado di inadeguatezza rispetto al mondo, rispetto alle persone che hanno a che fare con loro. Essi ci disturbano quanto piu’ e’ elevato il loro senso di incapacita’ ad interagire con gli altri; essi hanno una visione ribaltata dei rapporti con gli altri.
Vivono pretendendo perche’ sono vissuti dovendo chiedere.
Hanno manifestato bisogni senza ricevere sempre conseguente appagamento.
Hanno quindi ricevuto in maniera discontinua.

Avere a che fare con questa forma di disagio significa curare le relazioni con questi bambini, decodificando il loro comportamento innanzitutto, capendo come sorprenderli, trovando vie diverse dagli altri per reagire ad agire nei loro confronti. Partendo dalle piccole cose.
Il compito educativo in questo caso dovrebbe essere volto non tanto a smantellare la roccaforte di ‘sicurezza’ che questi atteggiamenti hanno, quanto a convertire questi modi che portano ad insuccessi nella relazione con l’altro, sensibilizzando il bambino attraverso una rassicurazione che segua il senso che “non serve che fai cosi’ perche’ devi trovare un modo diverso di collocarti perche’ cosi’ non va bene”.
Insegnare a questi bambini che la loro tirannia si puo’ convertire in altro e’ impresa non semplice perche’ inizialmente essi non hanno la volonta’ per riuscirci.
Concordo con Gabriella Zubelli. Avere a che fare con un bambino tiranno e’ un continuo trasmettere un senso di disapprovazione rispetto alla sua modalita’ di porsi, unitamente ad un senso di comprensione e di accoglienza che deve comunque esserci rispetto alla loro persona, accompagnandoli verso il difficile cambiamento di orizzonte.

Paola chiede: MA QUANTO CONTANO LE RELAZIONI?
Mi viene da rispondere: tutto.

Ospite
miriam cella Martedì, 21 Febbraio 2012

bambini che sperano

Che si tratti di bambini tiranni o di bambini arrabbiati, io penso che, in entrambi icasi, si tratti di bambini che lottano per la conquista di uno sguardo, di uno spazio, di una risposta, di bambini che pretendono di "esistere". Bambini che, nella maggioranza dei casi, non si sono ancora rassegnati ad una sorte che non li appaga, ad un'esistenza infelice, a ruoli che non li competono. Bambini disposti a tutto pur di difendere la speranza che qualcosa possa cambiare, che uno sguardo arrivi. Anche un rimprovero, una minaccia, tutto è preferibile al terribile senso di non esistenza che, spesso, pervade questi bambini. Un bambino che disturba non passa inosservato e, dunque, è un bambino che ancora spera di ricevere ciò di cui necessita, di trovare, nelle persone che provoca, dei "compagni vivi", in grado di attribuire il giusto significato a quel loro tanto urlare e disturbare con prepotenza. Attenzione, perciò, prima di giungere al "così non va bene" perchè proprio "così va bene" se tanto serve per solllecitare le giuste risposte del mondo esterno e perchè il senso dell'esistere non si spenga dentro di sè.

Ospite
miriam cella Martedì, 21 Febbraio 2012

una riflessione.

Il problema si pone, enorme, per l'insegnante che si trova a gestire bambini tiranni, oppositivi, che dissturbano, dovendo rispettare la richiesta di aiuto che accompagna tale condotta e le aspettative dell'intero gruppo-classe, dovendosi preoccupare di trasmettere modelli educativi coerenti, di essere egli stesso un esempio a cui potersi ispirare, mentre si cresce e si è alla ricerca di un'identità propria. Come fare a rispettare gli uni, senza venir meno al compito specifico di educatore, di colui che trasmette il sapere ma non solo?

Ospite
paola scalari Martedì, 21 Febbraio 2012

GUARDAMI

Pare che concordiamo un po' tutti sul fatto che il bambino spaventato tirranneggia i suoi adulti di riferimento affinchè lo facciano esistere, sentire vivo. Come riconoscere questro vissuto del piccolo? Credo che si possa riconoscere poichè esso suscita una sensazione di inutilità nell'adulto. Egli si sente paralizzato, si vive non ascoltato, si percepisce come inconistente. Questo genera in lui paura e rabbia che invece di accogliere il bambino che chiede di esistere lo annullano ancora di più. è un cortocircuito che "brucia" i rapporti. ho visto tante madri sfiduciate di poetre stabilire un qualche rapproto con i figli, ho incontrato qualche papà che si dava per vinto evoleva collocare il figlio in colelgio, ho ascoltato tantissimi genitori adottivi che non credevano di avere alcuna chance. adulti cancellati nelle loor funzioni da bambini cancellati. Come ridare corpo alla vita familiare?

Ospite
miriam cella Giovedì, 23 Febbraio 2012

breve riflessione

Ho l'impressione che il silenzio da parte nostra sia già una risposta al quesito che ci pone Paola. Le problematiche che tocca Paola sono vere ma come sia possibile ridare corpo ad una famiglia, quando è alle prese con un bambino che rifiuta la dipendenza, che "brucia" il rapporto è una domanda alla quale non saprei rispondere se non pensando ad interventi e progetti che richiedono la messa in discussione di ciascun membro della famiglia. Immagino che i genitori debbano ripercorrere la loro storia, nello sforzo di rintracciare l'origine del problema e che, il bambino debba essere aiutato a recuperare il senso di una vita autentica, alla quale ha dovuto rinunciare e per la quale si batte aspramente.

Ospite
paola scalari Venerdì, 24 Febbraio 2012

fermarsi a pensare

Credo che il nostro dialogo comporti fermarsi a pensare. Ma pensare è anche doloroso. Implica una elaborazione che fa male pur facendo anche bene. So-stare sui propri pensieri accresce il "muscolo" del pensiero, ma anche lo metta duramente alla prova!
Quelli di cui discutiamo sono temi esistenziali, perciò impegnativi. Ci riguardanno tutti. Perciò sono toccanti.
Lo sono sia per i professionisti, siano essi psicoterapeuti, operatori sociali, educatori profesisonali, insegnanti di ogni ordine e grado, siano essi genitori, nonni, vice madri e vice padri, genitori sociali cioè affidatari o adottivi.
Ed oggi, si sa, sostare sul pensiero complesso non è semplice. Perciò sono grata a chi ci prova, sollecito chi non ha il coraggio di entare in pista, esorto chi è titubante, consapevole che mettersi a "vedere" ciò che si pensa non sempre è indolore.
Eppure è questa facoltà narrativa che ci rende umani e capaci di costruire il mondo simbolico, così come Miriam Cella ci esorta a fare condividendo la fatica, ma anche il piacere di produrre idee. Unica "fabbrica" "officina" "artigiana bottega" a disposizione dell'essere umano per poter lenire il dolore della vita.
Per questo di fronte al dolore, alla sofferenza, alla disperazione del bambino (e non solo)il dare senso a ciò che prova offre una "pelle psichica" al marasma catastrofico che sta vivendo.
E' dunque il simbolico, cioè il dare significato al senza nome, all'inespresso, al sentire che vaga a caso dentro all'animo, che ripara dall'urto devastante con la realtà. Realtà che se non viene narrata al piccolo appare spaventosamente incomprensibile.
Per narrare ci vuole tempo... ed oggi avere tempo comporta scegliere tra tante opzioni che ci indurrebbero a consumarlo anzichè a viverlo.
Come liberare il tempo del pensiero per dare parola ai bambini, ai figli, a chi deve esser educato, cresciuto, accompagnato a formare la sua identità?
Che non sia la crisi del Kairos (tempo del racconto, dei cicli dei tempi della vita, dell'esistere umano) la causa della fatica educativa e con essa la fatica del prestare la propria mente per dare forma al mondo simbolico che aiuta a vivere, esistere e crescere

Ospite
lia chinosi Venerdì, 02 Marzo 2012

il bambino che morsicava tutti

entro nel confronto con un ricordo datato negli anni, con mia figlia piccola che frequentava la scuola materna, devo dire con molto piacere e serenità. ma un giorno tornò a casa con il segno rosso ed evidente di una forte morsicata sulle guance, ferita non solo "nella carne" ma nel suo concetto di giustizia sociale, già allora molto sviluppato, dato che l'insegnante non era intervenuta picchiando quel bambino, ma portandolo via dalla classe. mi racconta tra le lacrime che quel bambino faceva così con tutti, che era stato inserito da pochi giorni nella sua classe e che veniva tenuto lontano dagli altri bambini, mangiava da solo in un angolo, proprio perchè era "cattivo con tutti" e nessuno voleva giovare con lui.
ho pensato fosse una brutta situazione da affrontare subito, anche perchè le risposte che riceveva non avrebero fatto altro che aumentare la sua rabbia e renderla incontenibile. la mattina successiva, accompagnando alla scuola materna mia figlia, mi fermo a parlare con le insegnanti e ricevo come messaggio che non sanno cosa fare e non possono fare niente, hanno parlato anche con i genitori che da un lato scusano i gesti del figlio e dall'altro dicono che anche a casa il loro bambino fa così e che non sanno nepure loro cosa fare. ricordo che mi prese prima uno scoramento interno di fronte alla dichiarata impotenza del mondo degli adulti, poi decisi che in ogni caso avrei salvato mia figlia dall'aggressività del piccolo mostro infelice. lo avvicinai, tenendo per mano la mia bambina, mi inginocchiai davanti a lui, per "poterlo guardare negli occhi" come diceva Domenico Canciani all'apertura di queste riflessioni, e mostrai mia figlia a lui, il morso che le aveva dato, promettendogli che se lo faceva un'altra volta, io sare tornata a scuola e gli avrei dato uno schiaffo sulla mano così forte da fargli provare lo stesso dolore che lui faceva agli altri morsicandoli. c'era un gran silenzio attorno, si erano nel frattempo radunati altri bambini della classe, quel bambino ha abbassato gli occhi e mi ha promesso che non lo avrebbe fatto più...ed è quello che miracolosamente o naturalmente è poi successo. non ha più morsicato nessuno da quel giorno.
riflettendo sul bambino tiranno, concordo sulle origini "privative" del fenomeno ma credo che l'insieme del mondo degli adulti pensanti ed attenti ai destini di questi piccoli mostri non debbano tirarsi indietro nello svolgere la funzione del limite e della restituzione del male che viene fatto agli altri con i loro atteggiamenti...altrimenti li ritroviamo da grandi incapaci di affetti e di empatiche relazioni con gli altri...e questo è il peggior servizio che possiamo fare alle nuove generazioni.

Ospite
miriam cella Venerdì, 02 Marzo 2012

Un breve commento

Finalmente il bambino cattivo trova un adulto che si dimostra meno debole di lui! Una mamma, soprattutto, che non lascia cadere nel nulla il suo gesto, che ha il coraggio di affrontarlo, di parlargli chiaro. Una mamma che ha a cuore la sua bambina ed è disposta a tutto pur di proteggerla dall'aggressività. Potrebbe essere che il "bambino tremendo" abbia, così, potuto entrare in contatto con un genitore capace di svolgere il suo mestiere, che non si fa intimorire dall'aggressività di un bambino... "Ma allora non sono così mostruoso, se qualcuno ha il coraggio di avvicinarsi a me, di affrontarmi, guardandomi negli occhi... forse non sono così pauroso...", potrebbe essere questo il pensiero del nostro bambino. Potrebbe essere che la mamma, decisa ad entrare in campo, gli abbia offerto un diverso modello di genitore ed un rispecchiamento per una nuova immagine di sè bambino. E' risaputo che i comportamenti devianti, provocatori, delinquenziali, sono destinati alla reiterazione finchè non trovano la risposta che vanno sollecitando e cercando. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più di quel bambino, sapere come sta ora, se la rinuncia dell'aggressività agita sia l'espressione di un'esperienza buona che'egli ha potuto fare con la suddetta mamma se, invece, sia la risposta ad un sentimento di paura. Sarei curiosa di sapere che ne è, ora, del bambino che morsicava, mentre gli auguro di non essersi trasformato nel contrario, di non aver abbondonato la sua vecchia indole. Mi piace pensarlo capace di mettere la sua aggressività al servizio di nuove mete che non siano la distruzzione dei legami e la rottua dei rapporti-

Ospite
gabriella zubelli Martedì, 06 Marzo 2012

Ma quanto sappiamo cogliere il dolore dell'altro?

Emma non ha compiuto ancora sette mesi. Il nostro, tra nonna e nipote, è un rapporto leggero e delicato, perché la sua mamma che tanto ha desiderato questa bambina, ha avuto bisogno di una sorta di rapporto esclusivo con lei, un bisogno carnale, che riempisse un vuoto lontano ma sempre doloroso. Il mio sguardo di professionista di educazione si poggiava un po' preoccupato su quella relazione.
Però ieri, entrando nella sua cameretta, è successa una cosa che ha risuonato dentro di me in maniera così forte e che al di là dell'emozione di nonna, mi ha portato ancora una volta ad indagare, a riflettere su quando nasce nei bambini quel dolore di cui Paola parla, che rischia di essere accompagnato poi da un disagio nelle relazioni.
Sono entrata con cappotto e borsa. Lei, Emma, nel lettino con i suoi giocattoli, la sua mamma accanto che riponeva panni e le parlava. Le diceva “E' arrivata la nonna!” e io a salutare , a dirle le solite frasi, ...Non mi sono avvicinata, ma ci siamo guardate e sorriso tanto. Poi sono uscita a riporre borsa e cappotto: un gridolino di disapprovazione tanto che la sua mamma l'ha consolata dicendo “No la nonna non è andata via, torna, torna. Ah allora ti piace questa nonna!”
Quando sono rientrata, per la prima volta mia figlia mi ha sollecitato a prenderla in braccio. Non che non fosse mai accaduto, ma erano bisogni e necessità organizzative, della serie “Me la tieni un attimo che....” a spingere verso tali richieste.
Mi ha sollecitato perché in quel momento ha riconosciuto una relazione, un sentimento nella sua bambina, e quelle braccine tese, quei sorrisi, quelle manine ad accarezzare il mio viso. Quanta emozione per me, ma anche e soprattutto per mia figlia. “E' la prima volta che si comporta così con un altro che non sia mamma e papà” ha notato.
Piccolo episodio che forse potrebbe passare inosservato ai più. Ma da qui tutta una serie di riflessioni, “un so-stare” in quel pensiero che da parole di esperienza porta a riflettere su temi come attaccamento, qualità della relazione, temperamento, risposta agli stimoli, ecc... Tutti quei temi che fanno da base teorica al nostro essere professionisti in campo educativo ma di cui i giovani genitori, e nonni moderni sembrano esserne privi.
Rifletto su un testo di Grazia Attili, che espone una ricerca per individuare nella relazione con l'adulto come si forma il temperamento, ancor più lo studio sulla dialettica tra il temperamento difficile del bambino e la qualità della sua relazione con il padre e la madre.
E osserva, studia, analizza comunque tutto riporta a situazioni in cui per i genitori sembra sia estremamente difficile guardarsi nella relazione con il figlio/figlia, dove lo sguardo si posa unicamente sull'altro, in questo caso il bambino, e non su quel terreno in comune in cui si depositano le reciproche emozioni, gli affetti,i desideri, le necessità.
Forse per capire il bambino in difficoltà, dovremmo fare lo sforzo di allontanarci un po' e cogliere da un punto un po' più lontano quel terreno di relazione, e lasciare che lo sguardo venga condotto là dove c'è maggior bisogno, maggior vuoto. E credo che inevitabilmente troveremmo nel focus del nostro obiettivo, un genitore e forse anche tutti e due con storie analoghe a quelle del loro figlio.
Mi permetto di raccontare un'altra storia. Federico ha tredici anni. Un anno in ritardo sulla tabella scolastica di marcia, anzi quasi due perchè è nato a febbraio e un anno è stato bocciato in quinta elementare. Genitori separati dopo una convivenza di quattro anni, caratterizzata da continue liti. Federico non vede il papà da alcuni anni, perchè la sua mamma non vuole dopo che si è sposato con Vittoria ed è nata una bambina, e poi ne è arrivata un'altra, nera, nera con una adozione internazionale. Lui, il papà, però ogni mattina porta la merenda a scuola a Federico perchè sa che non ce l'ha. Ora la scuola non vuole più questo ragazzino violento, maleducato, con un vocabolario sconcio e triviale: decide una sospensione ad interim fino alla fine dell'anno scolastico. Non sono servite le note sul quaderno, le umiliazioni davanti ai compagni, le punizioni (l'ultima è stata quella di farlo rimanere a scuola oltre l'orario scolastico a spostare sedie). Mi si dice che quando subisce una violenta sgridata annichilisce.
Certo tutta colpa della sua mamma che ha una vita disordinata, che è oppositiva ad ogni autorità.
Arriva, lei la mamma, da me che un istrice sarebbe più ben disposto....prendo tempo.... parliamo...le rimando, paradossalmente, le cose buone che ho visto di suo figlio...
Le do tempo prima di affrontare la questione spinosa del rapporto difficile con suo figlio, un tempo indulgente per permetterle di arrivare con un po' di fiducia a raccontare il dolore di una bambina adottata, mai accettata dalla nuova madre “perché troppo simile alla sua vera madre”.
Non è successo così con l' assistente sociale, che con l'inesperienza della sua giovane età ed avendo peraltro intuito già nel primo colloquio che la storia della donna nascondeva un passato generatore di altro dolore, senza tatto l'aveva stanata, rivelando la bestia ferita ed impaurita.
E allora non tardano le considerazioni e alcune domande.
Mi sembra che per rompere la catena di intrecci di destini difficili e dolorosi forse può essere favorevole e salutare per tutti accogliere semplicemente e rispondere a domande profonde, di riconoscimento.
Forse dobbiamo ancora approfondire e chiederci quanto sappiamo accogliere il dolore dell'altro? quanto l'applicazione delle regole è in funzione della tranquillità degli adulti che privilegiano i risultati da ottenere, per poi arrabbiarsi se non li ottengono, piuttosto che, per prima cosa, indagare e scoprire cosa passa nella testa e nel cuore dei ragazzi difficili?
Anch'io come Miriam Cella mi chiedo che ne è di quel bambino, se veramente aveva bisogno solo di limiti, per quanto giusti.
I bambini che si sottomettono, che smettono di “lottare” per il proprio posto nel mondo, saranno un domani adolescenti ancora più arrabbiati, che forse volgeranno verso se stessi l'aggressività distruttiva? Certo vedere che un genitore difende il proprio figlio è un'esperienza che fa maturare.... Ma non può essere maturativa di comportamenti sociali adattati se non è accompagnata da quella relazione “base sicura” in cui vengono sperimentati gli abbracci, fisici o mentali che siano, il vissuto di appartenenza e il senso di protezione.
Certo gli insegnanti mi diranno “provi lei a fare lezione con ragazzi così!” Io comprendo ma so che la risposta sta innanzitutto a non moralizzare gli episodi e a non giudicare le persone, e a sfruttare la possibilità di lavorare realmente in equipe, dove uno supplisce alla carenza dell'altro, dove l'altro rinforza e sostiene l'impegno di chi per attitudine, carattere o carisma è in grado di “tenere o trat-tenere” il dolore disturbante o distruttivo.
Forse quel piccolo, misero, pezzettino di Terra, come presenza di un sé che si relaziona con un altro da sé – persona, animale o territorio che sia, che a tutti noi in egual misura è stato affidato, può beneficiare esclusivamente se si incomincia a fare lo sforzo di mettere le cose al giusto posto di importanza. Ancora sono convinta, io che sono cresciuta sulle parole di Don Milani, o di Mario Lodi, che al primo posto c'è sempre la persona con la sua storia e le sue relazioni.

Ospite
Alessandra Martedì, 06 Marzo 2012

Una proposta di punto di vista leggermente slittato

C'è anche un'alternativa alle vostre riflessioni. Due mamme, un'astrofisico e un'avvocato, si sono ritrovate a fare i conti con un probabile candidato al vostro profilo di tiranno e essendo molto attente, intelligenti, sensibili, colte, ecc., hanno cominciato a farsi domande e a informarsi. Alla fine del loro percorso sono giunte a coniare un termine attribuibile a bambini come i loro: "bambini amplificati", e a studiare - e sperimentare - tutta una serie di strategie per minimizzare gli effetti negativi di tale condizione caratteriale (che se affrontata male può portare al mostricciattolo che descrivete voi). Trovate tutto sul blog: genitoricrescono.com che oggi, inspiegabilmente, non si apre! Ciao.

Ospite
miriam cella Venerdì, 16 Marzo 2012

Spunti di riflessione in "fa bei sogni" di Gramellini

Nel suo ultimo commovente romanzo, Gramellini racconta come ha cercato di salvarsi dall'insopportabile dolore che la perdita della mamma gli ha, ingiustamente ed inspiegabilmente inflitto. E' la storia di un bambino di nove anni che, da solo, si deve arrangiare nel trovare un senso ad un evento tanto insensato come può essere la morte della sua mamma. Alla ricerca di un perchè la mamma l'abbia potuto abbandonare, sopraffatto dal dolore e dalla rabbia, ricorre a varie soluzioni, ricorre anche alla soluzione della ribellione, recitando la parte del bambino tiranno... e' una lettura che, a mio avviso, offre preziosi spunti di riflessione anche per il nostyro dibattito.

Paola Scalari
Paola Scalari
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Paola Scalari Lunedì, 19 Marzo 2012

narrare per capire

Ho letto il libro di Gramellini, bello, veloce, fila via liscio liscio. Ma soprattutto mi pare ci rammenti due verità educative.
La prima che l'anima si cura narrando e che scrivere è la forma più antica di meditazione. Questo ci richiama alle nostre riflessioni sulla difficoltà di scrivere per riflettere e sulla necessità di raccontare, testimoniare, esporre ai bambini la loro stessa vita. Ogni compleanno almeno un ripetersi del racconto mitico della loro nascita e del loro percorsoe sistenziale? E ci vuole tempo per farlo. E' l'assenza di parole per dire che rende i bambini agitati. La seconda lezione educativa riguarda il fatto che la Verità nascosta sta nell'animo al di là del silenzio che la copre come un "oggetto" oscuro che vive, si agita e si muove in cerca di luce. Credo che i "segreti" familiari abbiano ucciso la mente di tanti bambini più che le verità amare che altri hanno dovuto affrontare. Credo che in realtà non esistano segreti in famiglia. Esistono solo fatti che hanno trovato parole condivisibili e fatti che hanno trovato solo il diniego. Sui primi i bambini possono chiedere, domandare, interrogarsi mentre se vivono i secondi possono solo agitarsi. Diventa allora tiranni, prepotenti e violenti. Inconcludenti. Quante viitime ci sono del silenzio?

Ospite
gabriella zubelli Sabato, 14 Aprile 2012

narrare il dolore

Ci sono tante vittime del silenzio.....di quel silenzio che solo accompagna eventi troppo grandi per esser compresi ...quel silenzio che alla domanda “perchè'” è l'unico a rispondere.
Leggendo Gramellini con il pensiero torno ad alcuni anni fa ad una bambina che al suicidio della madre gridava “sei cattiva, sei cattiva!” . Con quell'atto aveva lasciata sola Matilda, sola a questo mondo, le aveva strappato i suoi confini. Un dolore immenso, quello della mancanza improvvisa che strappa una parte di sé e la consegna al passato, il dolore per un tradimento, perché tra madre e figlio c'è una promessa che è la vita, come tra due amanti dove la promessa è l'amore.
Poco sono valse le parole di consolazione e la vicinanza con persone che poi si sono prese cura di lei, se più in là con gli anni, pur affermata cantante il suo sé si è sbriciolato trovando contenimento nella cura psichiatrica.
Ripensandoci, pur trascorsi tanti anni, nessuno di noi aveva “toccato il suo dolore” nel senso di esplicitarlo, di portarlo fuori da lei, di nominarlo, di dargli forma, come se questa parola avesse riproposto a tutti noi un' evocazione anche per noi ingestibile.
Così anche per tre fratelli che un giorno tornando da scuola, vedono, nella confusione di poliziotti che hanno invaso la loro casa, il sangue della loro mamma a macchiare i muri. Era stata uccisa.
Luca dopo alcuni anni di ombrosità, “brutto carattere” si diceva, esplode in comportamenti violenti.....ma ormai è passato troppo tempo e solo una cura paziente può riportarlo a relazioni soddisfacenti. Credo che nessuno di noi operatori anche nel caso di Luca sia stato in grado di rimandargli, arginati e contenuti il suo dolore e il suo annichilimento- lui timido e introverso non parlava – noi di rimando preferivamo parlare con il fratello che più grande riusciva ad interloquire con gli adulti presenti. .
Fatti eclatanti, ma sono l'emergente di una mancanza dell'adulto nel comunicare, forse prima con se stesso che con i bambini.
Può essere impossibilità se sono temi e problematiche che dentro di noi non hanno trovato luogo di cittadinanza ancorché portatori di troppo disagio, né uno spazio di elaborazione perché non condivisi, fermi lì, a formare grumi di sofferenza; può essere incapacità perché non possediamo, o non crediamo di possedere le giuste parole per dire.
In tutti i casi una soluzione c'è, ci sono gli strumenti ormai per uscirne: gruppi di genitori con l'aiuto di esperti che affrontano diverse tematiche e problematiche, gruppi di auto aiuto che sperimentino la solidarietà; forse manca l'umiltà di riconoscere che siamo portatori di un problema, forse siamo convinti, con tutti i messaggi mediatici a cui possiamo attingere, di sapere. Ma sappiamo razionalmente, mentre ci sfuggono le emozioni e il loro colore.
Condivido con Paola che il narrare, e ancor più se diventa scrittura, aiuta a guardare e vedere dentro di noi e fuori di noi.
E dato che mi sembra di aver portato pesantezza con le prime due storie vi alleggerisco con il racconto di un episodio dell'infanzia di mia figlia.
Giovanna 4 anni, mi raggiunge in bagno dove davanti ad un grande specchio mi sto truccando prima di uscire. Mi si mette accanto, e guardandosi allo specchio, con una mano sul cuore mi chiede”Mamma, tu morirai?” “Sì, morirò!” “Ma quando mamma morirai?” Non lo so, non è dato di sapere!” “ Ma se io – con un'espressione di dolore che ritroverò solo alla morte di mio padre, più in là con gli anni- ora che non è vero, solo ad immaginarlo provo tanto dolore, quanto dolore proverò quando sarà vero?” Rimango un attimo interdetta, perché ascolto il dolore che mi provoca il suo:
“ Sì, sarà un dolore molto grande come è grande l'amore che ci unisce... ma ci sono altri amori a tua disposizione quello del tuo papà, dei nonni, degli zii, di Luca e Francesca (i suoi cugini), loro ti consoleranno ...” Mi ferma con un “No, mamma! Io voglio morire quando muori tu.” A questo punto sono un po' in difficoltà e le rispondo, mettendola in contatto con il possibile dolore di tutti – e giù l'elenco precedente- che al dolore per la mia morte tutti proverebbero un dolore più grande perché anche la loro adorata Giovanna non ci sarebbe più ad allietare la loro vita. Di rimando mi sento rispondere “ No che muoiano tutti!”
Insomma un'ecatombe !!!
Accanto al dolore c'è anche il sorriso, la gioia di una presenza – sappiamo parlare di questo ai nostri figli, per pareggiare e rendere la vita un po' meno dura?

Ospite
miriam Giovedì, 28 Giugno 2012

Questo potrebbe essere l'epilogo dei bambini tiranni

In questi giorni è stata emessa la condanna per i quattro poliziotti che hanno massacrato Federico Aldovrandi, nel 2005, a Ferrara....Mi pare che questo spazio si presti a fare qualche commento sull'accaduto. I quattro poliziotti condannati per abuso di potere, per aver esagerato nell'uso della forza fisica, nell'esprimere la loro contrarietà verso la condanna, si permettono di giudicare la madre di Federico, capace solo di "aver cresciuto un cucciolo di maiale"...Ecco, io mi domando: questi poliziotti chi sono? Chi si nasconde sotto la divisa? Si nasconde un ex bambino sofferente, costretto alla tirannia, pur di farsi sentire, un ex bambino inascoltato, uno dei bambini descritti in questo blog? Un bambino che non ha ricevuto le adeguate cure, che, da grande, è stato costretto ad indossare una divisa per sentirsi forte, a fronte di tanta presunta fragilità? Un poliziotto, dunque, che non può, molto probabilmente, vedere sè stesso, nei panni di un adolescente in difficoltà, se non alla condizione di perdere la testa e di massacrare quel sè stesso che, ad un tempo, non ha trovato ascolto. Questo potrebbe essere l'epilogo dei bambini che. per necessità, si fanno tiranni. Essere costretti a mostrare in piazza o per strada la propria disperazione, come nel caso del diciottenne massacrato ed essere costretti alla divisa, per nascondere la propria debolezza, rabbia..., come nel caso dei quattro poliziotti.

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Ospite
Ospite Giovedì, 31 Luglio 2014